un po di cenni storici che fanno classifica e non guastano mai
Sportività
Insieme ad altre parole del passato, come “agonismo” e “dilettantismo”, anche “sportività” ha smarrito il suo significato a causa del cattivo uso.
Tutti oggi sono in qualche modo sportivi: chi fa attività fisica in ogni forma, chi fa della vita un gioco, chi vive da eterno giovanotto, chi non si perde una partita alla tele e persino chi si veste in un certo modo…
Sportività non tratta più in esclusiva valori atletici, ma qualifica signore disinvolte, amanti del divertimento, tifosi della domenica e tra l’altro anche pericolosi fanatici.
Troppo per un aggettivo che nei primi anni della sua vita è stato al centro di una vicenda che voleva essere una rivoluzione del modo di vivere. I promotori delle pratiche atletiche con “Sportività” intendevano definire le qualità morali dell’atleta che vedeva nello sport “qualcosa di più dell’igiene” perché “lotta e per conseguenza preparazione voluta, e ragionata”.
L’atleta come uomo ideale, infatti, doveva essere sì spinto dal ”desiderio ardente della vittoria” e dal “godimento morale che ne deriva” (P. De Coubertain, da La preface des jeoux Olympiques,1896), ma doveva anche possedere altre prerogative: ”Il disinteressamento nell’ambizione, la lealtà nei mezzi, l’energia perseverante e disciplinata nella preparazione, l’audacia nella lotta, la modestia nella vittoria, la serenità nella disfatta” (P.De Coubertain, Conference du Secretaire General à L’Assemblèe gènerale de l’Union, 1893).
Un grande allenatore di nuoto d’inizio secolo, Luigi de Breda Handley, tra l’altro giornalista e scrittore curatore della sezione dedicata al nuoto dell’Enciclopedia Britannica, era così sicuro di queste idee che le volle scritte sull’ingresso della piscina dove allenava le ragazze della New York Women’s Swimming Association (WSA), prima società di nuoto per sole donne. Il suo motto riassuntivo diceva: “La vera sportività è la vittoria più grande” e le sue atlete, nuotatrici del calibro di Gertrude Ederle, Aileen Riggin, Ethelda Bleibtrey e Marta Norelius1, che di vittorie se ne intendevano, dovevano vedere quelle parole ogni giorno prima di entrare in acqua, per farsele entrare bene in testa.
Eppure, anche all’epoca, gli episodi di vera antisportività erano all’ordine del giorno. L’americano Harold Drew, velocista di colore, primo nelle eliminatorie dei 100 metri piani alle Olimpiadi di Stoccolma del 1912, in occasione della finale fu chiuso negli spogliatoi dai suoi stessi dirigenti perché non vincesse l’oro, sicuramente in mano americana, dato che gli atleti Usa in finale erano cinque su sei e il sesto concorrente era assai modesto, ma che doveva essere bianco (caso insabbiato senza conseguenze e Drew dimenticato dalla storia).
In un articolo dell’WSA News, rivista della squadra che Handley stesso curava, pubblicò i “dieci comandamenti non scritti dello Sport”, redatti ad inizio secolo con minor successo dall’editore sportivo Hugh Fullerton, che spiegavano cosa fosse quella sportività che considerava come la vera vittoria. Dicevano così:
1) non abbandonare la prova,
2) non cercare alibi,
3) non ti gongolare sulla vittoria,
4) non ti sentire mai perdente,
5) non cercare vantaggi illeciti,
6) non chiedere pronostici e non essere propenso a darne,
7) sii sempre attento a non mettere in ombra il tuo avversario,
8) non sottostimare l’avversario né soprastimare te stesso,
9) ricorda che la competizione è un gioco e chi pensa altrimenti è uno stupido e non uno sportivo,
10) onora la competizione fatta, chi si è battuto lealmente e con tutte le forze vince anche quando perde.
Quest’attenzione, quasi religiosa anche nella forma, pretendeva dall’atleta una sottomissione alla verità dei fatti e il riscatto dalle tentazioni di una realtà disposta a tutto per l’affermazione. Contemporaneamente sanciva il primato dell’interiorità sull’esteriorità, fondando la riuscita sportiva sull’atto virtuoso: l’unico gesto umano degno di vera ammirazione.
Ma i propositi, anche buoni, non sono mai sufficienti a far cambiare. Per imparare qualcosa occorrono uomini e donne in carne ed ossa da guardare ed ammirare e in cui riconoscere che è più bello essere fatti in un certo modo piuttosto che in un altro.
Tra questi uomini ci fu senz’altro il nuotatore australiano, Cecil Healy. Selezionato per le Olimpiadi di Londra del 1908 aveva dovuto ritirarsi perché non poteva pagarsi il viaggio. A Stoccolma, nella stessa Olimpiade di Drew, andò per disputare i cento metri stile libero, dove però in semifinale accadde un pasticciaccio. Gli americani, giunti in piscina in ritardo per problemi non legati alla loro volontà, furono squalificati e tolti dall’ordine di partenza.
Healy, che a questo punto diventava il favorito, non volle accettare il vantaggio e si unì alle rimostranze degli esclusi, minacciando di ritirarsi nel caso non fossero stati riammessi. Il suo atteggiamento risoluto convinse la giuria a cambiar posizione e a far disputare una gara aggiuntiva per i ritardatari, tra i quali c’era anche il sicuro vincitore, l’hawaiano Duke Kahanamoku, che difatti s’aggiudicò l’oro olimpico proprio davanti ad Healy ed entrò con prepotenza nella storia del nuoto. Mentre Kahanamoku si riconfermò vincitore nei Giochi successivi di Anversa, per Healy, purtroppo, non ci fu nessun giorno di rivincita perché due anni dopo, partito soldato per la Guerra che cancellò l’edizione numero sei dei Giochi, fu fermato per sempre da una raffica di mitra.
Oggi i regolamenti non rendono più possibile un gesto come il suo: l’atleta è ancor più costretto in una logica che supera le decisioni del singolo. Oltre a questo, sembra diventato ancora più pressante l’imperativo categorico dell’affermazione di sé perché dà l’impressione di far ottenere il modo per lasciare una traccia della propria esistenza; di conseguenza il costo del risultato è diventato spesso “qualsiasi costo”.
Questo avviene facilmente anche nello sport giovanile e perfino infantile. Non è difficile vedere genitori (e tecnici, e dirigenti) che preferiscono fare o accettare soprusi, scavalcare rapporti, dimenticare lealtà e verità, per avere immediatamente, o immaginare di ottenere, almeno per un momento, la sensazione del successo del figlio (atleta). Si tratta d’illusione, dato che tutte le affermazioni si dimenticano immediatamente, mentre rimangono gli effetti dell’inevitabile insuccesso, che sono duri e irrimediabili, nella mentalità che forse senza ben sapere si continua a sostenere.
Per questo è importante rilanciare il messaggio della sportività, anticorpo ad una mentalità deprimente e distruttiva, come distintivo dell’atleta agonista e orientamento di chi vuole che lo sport sia lo strumento di formazione individuale che è capace di essere.