Totalmente d'accordo con l'autore dell'articolo. Una società asfittica di "giovani vecchi" ad immagine dei genitori è già morta senza saperlo. Bisogna avere il coraggio di rischiare e osare, immaginare un futuro diverso, essere folli e incoscienti, avere il coraggio di distruggere l'esistente per costruire del nuovo. E i giovani, "naturalmente", sono coraggiosi e incoscienti, a meno di essere snaturati dalle famiglie. Il migliore augurio che possa dare a un giovane è quello di mandare a fare in culo prima possibile i propri genitori, i nonni e tutto il resto, farsi la valigia e andare via di casa, esplorare il mondo e vivere la propria vita. E' quello che spero per le mie figlie.
I giovani, il posto fisso e il mutuo
Il posto fisso e il mutuo. Tutte le volte che si parla del futuro dei ragazzi italiani si dice che non ce l’hanno, perché non troveranno un posto fisso in futuro e perché, senza un posto fisso, nessuna banca darà loro un mutuo per comprare la casa. Due settimane fa durante una puntata di Servizio Pubblico di Michele Santoro, un’universitaria di 25 anni diceva ai telespettatori: «Nessuna banca mi dà un mutuo per comprarmi una casa». E lo ha ripetuto, la settimana dopo, Walter Veltroni in tv da Fazio.
Ora, dato per scontato che sia legittimo per chiunque sognare di avere un posto fisso e una casa di proprietà, trovo incredibile che questo sia il “sogno” di una generazione di giovani. E che poter accedere a un mutuo per comprare casa sia il problema primario di una studentessa universitaria di 25 anni. Nel senso che i giovani, fino a qualche tempo fa, erano giovani, e nell’orizzonte della loro gioventù non c’era il metter su famiglia, il vestire in giacca e cravatta o l’accedere ai finanziamenti bancari per comprare casa.
Invece oggi, a sentire i ragazzi intervistati alla televisione nei talk show, o a dar fede ai politici che quotidianamente ne parlano su giornali e tv, i ragazzi (non quelli che avendo superato i trent’anni magari hanno superato la “gioventù” e cercano maggiore solidità nella loro esistenza), sognano soltanto un posto fisso e una casa di proprietà e, non avendo né l’uno né l’altra, si sentono “precari”.
Se fosse vero, se fosse davvero così, vorrebbe dire, semplicemente, che i giovani non esistono più, che siamo tornati indietro di sessant’anni, agli anni cinquanta, quando i giovani, come categoria sociale, non esistevano. E quando arrivarono sulla scena sociale e politica non volevano più il posto fisso, la bella auto, la casa, volevano sognare, immaginare un futuro differente per se e per gli altri, cambiare le regole del gioco.
Oggi quei giovani non esistono più. A seguire la “vulgata” della tv e dei politici è difficile trovare un ragazzo che pensi a se stesso in maniera diversa dai genitori, che pensi che il posto fisso non sia essenziale, ma che essenziale sia provare a fare quello che si ama; è difficile trovare un ragazzo che invece di un mutuo per comprare casa, abbia sogni meno materiali. Sognare è lecito sempre, ma è naturale sognare l’impossibile quando si è giovani, immaginare libertà, creatività, futuro. E il futuro, fino a prova contraria, non può essere rappresentato soltanto dal posto fisso. È un orizzonte incredibilmente limitato, piccolo, angusto, terribile. È l’orizzonte di chi è già diventato adulto e che, per forza di cose, deve pensare non più solo a se stesso ma a famiglia e figli. Se è vero il messaggio che ci arriva, non è vero che oggi si è giovani fino a quarant’anni, la verità è l’esatto contrario, è che la realtà di oggi sta provando a cancellare la gioventù, spingendo i ragazzi a pensare che se non c’è un lavoro fisso la vita è “precaria”, invece che “possibile”. Avevano ragione i ragazzi che qualche anno fa scrivevano sui muri “Il futuro non è più quello di una volta”. È vero, il futuro di oggi è il passato di ieri, è quello di una società che dei giovani non sa che farsene, che vuole adulti privi di sogni, trentenni già spenti, inchiodati al problema del lavoro fisso e del mutuo, incapaci di immaginare un altro mondo.
Precari? che vuol dire precari? ogni lavoratore autonomo è per sua natura “precario”, ogni negoziante è per sua natura “precario”, ma nessuno si è mai definito tale. Gli artisti sono “precari”, ma non si sono mai sognati di definirsi in questo modo. Perché mai un giovane, un ventenne appena uscito dall’università o un ragazzo di diciotto anni uscito dal liceo dovrebbe pensarsi come “precario”? Perché il mondo del lavoro offre solo lavori non destinati a durare tutta la vita? Si è tutta la vita quello che si vuole essere, si diventa “precari” nel momento in cui non si sa più chi si è e che cosa si voglia fare. Le commesse o i manovali, sono precarie da sempre, eppure per decenni, molti decenni, hanno svolto il loro lavoro senza pensare di esserlo, hanno immaginato un futuro, hanno costruito famiglie, hanno costruito l’Italia, pensando al futuro.
Ma la realtà è fatta anche di giovani che sognano ancora, che non si sentono precari, che aprono start-up tecnologiche, che tentano di fare cinema o teatro, che immaginano nuovi progetti e che, nonostante l’impossibilità di avere prestiti dalle banche, cercano di trovare finanziamenti in altri modi, compreso il crowdfunding. Sono pochi, sono pazzi? Forse, ma se noi non puntiamo su di loro, se non diciamo a tutti i giovani che il mondo non è necessariamente quello costruito dai loro genitori, se noi continuiamo a sostenere la nostra idea di futuro, facciamo solo male al nostro paese, cancelliamo ogni prospettiva, creiamo solo ragazzi incapaci di immaginare altro che il mondo che c’è oggi, nel quale trovare uno spazietto senza problemi, protetto e assicurato, senza rischi e pericoli. La vita, quella vera, invece, è fatta di rischi e pericoli, è fatta di scelte e di coraggio, non di certezze stabilite oggi e vere fino alla fine dei giorni. Il problema di un giovane non può, non deve essere la pensione. Il problema di un giovane dovrebbe essere quello di inventarsi una vita, in barba agli adulti, alla società, ai politici, alle banche.
Ed è impressionante che la sinistra non lo capisca, che parli solo di precariato e posto fisso, che non si renda conto che questo è esattamente fare il gioco di chi non vuole che cambi nulla e che il mondo, l’Italia, resti sempre quella che è, clientelare, corrotta, morta, senza futuro, vecchia.
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Magg. C.te
Colonnello C.te


T. Colonnello
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